Medio Oriente
Gaza sette giorni dopo la fine della tregua: già quasi 800 morti e 142mila sfollati
Tra le vittime dei bombardamenti anche giornalisti e operatori umanitari. Dal 2 marzo, Israele sta bloccando l’ingresso di aiuti nella Striscia, si tratta del blocco più lungo dall’ottobre del 2023

In una settimana dalla ripresa dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza sono già morte 792 persone, mentre altre 1.663 sono rimaste ferite. A riferirlo è il ministero della Salute di Gaza, gestito da Hamas. Più della metà è stata registrata nel primo attacco, quello che ha interrotto la tregua nella notte tra il 17 e il 18 marzo. In quell’occasione, sempre secondo le autorità locali, hanno perso la vita almeno 400 persone. In totale, stando ai dati (fermi al 23 marzo) dell’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, i decessi registrati a marzo sono stati 1.694. Complessivamente, dall’inizio della guerra i morti registrati sono almeno 50.021, poco più di 93 al giorno. D questi, almeno 15.613, cioè il 31 per cento, sono bambini. Intanto, riferisce l’Ocha nel suo ultimo report, a causa degli ultimi bombardamenti ci sono già 142mila nuovi sfollati.
Tra gli obiettivi anche ospedali e giornalisti
Come già in passato, la ripresa dell’offensiva, incominciata con l’avallo degli Stati Uniti e motivata dal Governo di Tel Aviv con la mancata ratifica da parte di Hamas del nuovo accordo per un prolungamento del cessate il fuoco in vigore dal 19 gennaio scorso, non risparmia gli ospedali. Il 21 marzo, per esempio, è stato distrutto l’Ospedale dell’Amicizia turco-palestinese, l’unico ospedale specializzato in oncologia di Gaza che però era già stato abbandonato nel novembre 2023. Il 23 marzo è stato colpito l’ospedale Naser di Khan Younis, il più grande ancora funzionante nella Striscia. Secondo l’equipe di Medici senza frontiere che opera nella struttura ci sono stati diversi feriti, mentre il ministero della Salute di Gaza riferisce anche di due morti. Il 25 marzo, invece, a Rafah è stato colpito un edificio della Croce Rossa Internazionale, come confermato dallo stesso esercito israeliano. L’Idf ha spiegato di aver preso di mira la struttura perché aveva erroneamente identificato alcune persone presenti e di averle ritenute una potenziale minaccia. In totale, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità gli attacchi contro strutture sanitarie da ottobre 2023 al 14 marzo 2025 sono stati 122.
Tra le vittime registrate dal 18 marzo a oggi, anche due giornalisti. Mohammad Mansour, di Palestine Today, è morto a causa di un bombardamento a Khan Younis. Hossam Shabat, collaboratore di Al Jazeera Mubasher, è invece morto dopo che un raid israeliano ha preso di mira la sua auto a Beit Lahiya. Complessivamente, i giornalisti uccisi a Gaza dall’inizio della guerra sono almeno 206.
Crisi umanitaria e sanitaria: aiuti impediti da marzo
Nell’ultima settimana sono morti a causa dei bombardamenti almeno otto operatori umanitari, mentre dall’inizio della guerra gli operatori rimasti uccisi sarebbero almeno 399, compresi 289 operatori dell’Onu. Dal 2 marzo, Israele bloccando l’ingresso di aiuti nella Striscia. Si tratta del blocco più lungo dall’ottobre del 2023, che sta determinando una sempre più ingente mancanza di beni di prima necessità e materiale medico-sanitario.
L’improvvisa impennata del numero di feriti e la contestuale riduzione delle scorte mediche sta generando una fortissima pressione sul sistema sanitario gazawo. Segnala l’Ocha che il tasso di occupazione dei posti letto in più della metà degli ospedali che si occupano di traumatologia è già sopra l’80 per cento. Inoltre, c’è un allarmante bisogno di sacche di sangue per coprire le esigenze dei feriti. Secondo il ministero della Salute di Gaza ne servirebbero ottomila al mese: la disponibilità attuale, però, è di meno di 500.
Il parziale disimpegno dell’Onu
In tutto questo, il 24 marzo il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha comunicato per bocca del suo portavoce Stéphane Dujarric di aver preso «la difficile decisione di ridurre la presenza dell’Onu a Gaza, nonostante le esigenze umanitarie aumentino». Ma, ha specificato, ciò non significa un totale ritiro dalla Striscia. «Restiamo impegnati a continuare a fornire gli aiuti da cui i civili dipendono per la loro sopravvivenza e protezione». A pesare su questa decisione è soprattutto l’insicurezza cui anche il personale dell’Onu è sottoposto. In particolare, il 19 marzo un carro armato israeliano ha colpito un complesso a Deir Al Balah, causando un morto e sei feriti. «La posizione di questo complesso era ben nota alle parti in conflitto», ha sottolineato il portavoce di Guterres. «Ribadisco che tutte le parti in conflitto sono vincolate dal diritto internazionale a proteggere l’inviolabilità assoluta dei locali Onu. Senza questo, i nostri colleghi affrontano rischi intollerabili mentre lavorano per salvare le vite dei civili».
Mentre ha rinnovato l’«appello urgente affinché venga ripristinato il cessate il fuoco per porre fine all’angoscia», il segretario generale delle Nazioni Unite ha invitato la comunità internazionale ad adottare «pressioni diplomatiche ed economiche» per fermare il conflitto.
(AP Photo/Jehad Alshrafi) Associated Press/LaPresse
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